Insegnare la forza significa molto più che aumentare i chili sul bilanciere.
Allenare una persona vuol dire accompagnarla in un percorso nel quale impara a gestire esercizi, carichi e situazioni che fino a poco tempo prima potevano sembrarle fuori dalla propria portata.
Il compito dell’allenatore non è soltanto mostrare un movimento corretto. È creare le condizioni perché la persona possa capirlo, provarlo, ripeterlo, migliorarlo e progressivamente farlo proprio.
2.1Saper fare non significa saper insegnare
Essere molto bravi nell’esecuzione di un esercizio non garantisce automaticamente di essere altrettanto bravi nel trasmetterlo.
Allo stesso modo, non è necessario essere un atleta di livello assoluto per diventare un ottimo allenatore.
Sono competenze differenti.
Un atleta particolarmente dotato può aver imparato determinati movimenti con grande facilità grazie a fattori come:
- antropometria
- coordinazione
- mobilità
- esperienza motoria
- predisposizione individuale.
Chi invece ha incontrato maggiori difficoltà può essere stato costretto a sperimentare più strategie, regressioni, varianti e modi differenti di affrontare lo stesso problema.
Per questo motivo il valore di un coach non dipende soltanto da quanto bene riesce a eseguire un esercizio.
Conta soprattutto la capacità di farlo apprendere a persone differenti.
2.2La forza come esperienza di competenza
Per molte persone il primo ostacolo non è necessariamente fisico.
Possono esserci pensieri come:
- “Non sono capace.”
- “Non fa per me.”
- “Mi vergogno.”
- “Gli altri mi guarderanno.”
In questi casi l’allenamento della forza può diventare anche un’esperienza attraverso la quale la persona scopre progressivamente di essere capace di fare qualcosa che prima considerava impossibile.
Un primo squat con un carico che sembrava irraggiungibile, una prima trazione oppure il semplice riuscire a gestire bene un bilanciere possono modificare la percezione che la persona ha delle proprie capacità.
L’allenamento può quindi contribuire ad aumentare:
- percezione di competenza
- fiducia nelle proprie capacità
- sicurezza nel corpo
- disponibilità a mettersi alla prova.
Il risultato non è soltanto:
Ho sollevato più peso.
Può diventare:
Pensavo di non riuscirci. Ora so di poterlo fare.
2.3Le competenze dell’allenatore
Le 5 competenze dell’allenatore
Osservatore
Vede ciò che accade durante il movimento.
Ascoltatore
Comprende la persona e ciò che vive durante l’apprendimento.
Comunicatore
Traduce concetti complessi in indicazioni comprensibili.
Mediatore
Adatta il percorso a ciò che la persona è pronta a fare.
Guida
Costruisce progressivamente il percorso verso l’obiettivo.
L’allenatore della forza deve possedere competenze che vanno oltre la conoscenza tecnica dell’esercizio.
Nel corso vengono individuati cinque ruoli fondamentali:
Osservatore Vede ciò che sta accadendo durante il movimento.
Ascoltatore Comprende la persona e ciò che sta vivendo durante l’apprendimento.
Comunicatore Traduce concetti complessi in indicazioni comprensibili.
Mediatore Adatta il percorso a ciò che la persona è pronta a fare.
Guida Costruisce progressivamente il percorso verso l’obiettivo.
Dieci persone differenti possono richiedere dieci modi differenti di essere allenate.
I principi possono rimanere gli stessi.
Ciò che cambia è il modo in cui vengono trasmessi.
2.4Una correzione alla volta
Una correzione alla volta
- Identifico la priorità
- Correggo
- Faccio ripetere
- Osservo cosa cambia
- Rivaluto
Uno degli errori più frequenti nel coaching consiste nel dare troppe informazioni contemporaneamente.
Se durante uno squat osserviamo diversi aspetti migliorabili, la tentazione può essere quella di correggerli tutti insieme.
Ma il cliente non deve trovarsi a gestire dieci cue nello stesso momento.
La priorità è:
- identificare il problema principale;
- fornire una correzione;
- far ripetere il gesto;
- osservare cosa cambia;
- intervenire eventualmente sulla priorità successiva.
Una correzione alla volta.
Non perché gli altri errori non esistano, ma perché l’allenatore deve stabilire una priorità e permettere alla persona di concentrarsi su qualcosa che possa realmente trasformare in movimento.
2.5Costruire una gerarchia degli errori
Non tutto ciò che vediamo merita la stessa attenzione.
Un allenatore efficace deve imparare a decidere che cosa correggere prima.
Nel corso questo concetto viene espresso come necessità di possedere una vera e propria gerarchia degli errori.
Se proviamo a intervenire contemporaneamente su ogni dettaglio tecnico, rischiamo di sovraccaricare la persona di informazioni senza migliorare realmente il gesto.
La domanda utile diventa quindi:
Qual è la cosa più importante da modificare adesso?
Dopo la correzione osserviamo nuovamente il movimento.
Può accadere che, migliorando l’aspetto prioritario, anche altri elementi si modifichino di conseguenza.
L’obiettivo non è trovare il maggior numero possibile di errori.
È trovare la correzione che in quel momento ha più valore.
2.6Parlare facile: cue brevi, concreti e comprensibili
Utilizzare parole complesse non dimostra competenza se il risultato è rendere l’esercizio incomprensibile.
Il linguaggio dell’allenatore deve essere:
- semplice
- breve
- concreto
- immediatamente traducibile in movimento.
Una spiegazione scientificamente precisa può essere corretta dal punto di vista teorico e allo stesso tempo poco utile durante una serie.
Il cliente deve sapere cosa fare, non dimostrare di aver compreso una lezione di biomeccanica mentre sta eseguendo il movimento.
Per questo motivo: semplificare non significa banalizzare.
Significa conoscere sufficientemente bene un concetto da riuscire a renderlo comprensibile.
2.7“Non ho capito” e “Ho capito ma non riesco” sono due problemi diversi
Due problemi diversi
Non ha capito
Modifico comunicazione, parole, cue o dimostrazione.
Ha capito ma non riesce
Intervengo su pratica, coordinazione, mobilità, forza, carico o regressione.
Una correzione può essere perfettamente compresa a parole senza riuscire ancora a essere trasformata in movimento.
Questo è un passaggio fondamentale per il coach.
Dobbiamo distinguere due situazioni.
Situazione 1 - La persona non ha capito
In questo caso dobbiamo modificare il modo in cui stiamo comunicando.
Possiamo:
- cambiare parole
- semplificare il cue
- usare una dimostrazione
- provare un’indicazione differente.
Situazione 2 - La persona ha capito ma non riesce ancora
In questo caso la spiegazione può essere corretta, ma il movimento richiede ancora lavoro.
Può essere necessario intervenire attraverso pratica, coordinazione, mobilità, forza, modifica del carico oppure scelta di un esercizio più semplice.
Domanda utile per il coach
Non lo sta facendo perché non ha capito, oppure ha capito ma non riesce ancora a farlo?
La risposta cambia completamente l’intervento successivo.
2.8Regressioni e progressioni: il mazzo di carte dell’allenatore
Dal livello attuale al gesto completo
Per ogni movimento il coach dovrebbe possedere più possibilità.
Se una persona non riesce ancora a gestire uno squat con bilanciere, non significa che lo squat debba essere semplicemente abbandonato.
Possiamo modificare l’esercizio.
Per esempio possiamo:
- togliere il bilanciere
- utilizzare un goblet squat
- utilizzare un box
- ridurre il range di movimento
- modificare il carico.
L’obiettivo è partire da ciò che la persona riesce a gestire oggi e costruire progressivamente da quella base.
Una regressione non rappresenta un fallimento.
È uno strumento didattico che permette di trovare un livello di difficoltà compatibile con le capacità attuali della persona.
Nel corso questo principio verrà utilizzato continuamente: non dobbiamo chiederci soltanto se un esercizio sia corretto o scorretto, ma anche se sia adatto al livello della persona in quel momento.
2.9Prima un gesto replicabile, poi un gesto raffinato
Durante le prime fasi dell’apprendimento non è necessario inseguire immediatamente un’esecuzione perfetta.
L’obiettivo iniziale è costruire un gesto:
- comprensibile
- sufficientemente stabile
- ripetibile
- progressivamente migliorabile.
Successivamente il movimento potrà essere raffinato attraverso:
Questo principio impedisce al coach di trasformare ogni esercizio in una ricerca infinita della perfezione tecnica prima ancora che la persona abbia realmente imparato il gesto.
La precisione viene costruita nel tempo.
Prima il movimento. Poi la precisione.
2.10La dimostrazione deve rendere il gesto accessibile
La capacità tecnica dell’allenatore dovrebbe aiutare il cliente a pensare:
Posso farlo anch’io.
Non:
Non arriverò mai a fare quello che fa lui.
Nel corso utilizzo l’analogia dell’animatore in spiaggia: se chi conduce mostra un livello tecnico percepito come troppo distante e irraggiungibile, molte persone potrebbero non sentirsi coinvolte. Se invece rende il gesto semplice e accessibile, il gruppo si sente più disposto a provarci.
La dimostrazione del coach non serve quindi a mostrare quanto è bravo il coach.
Serve a facilitare l’apprendimento della persona.
Il risultato da cercare non è:
Guarda quanto è bravo il mio allenatore.
Ma:
Posso farlo anch’io!



