FIFForza Funzionale Generale
Manuale partecipanti

Alla fine del corso voglio che tutto il lavoro fatto su tecnica, correzioni, varianti, complementari e programmazione venga ricondotto a un modello semplice.

Quando lavoro con una persona, non parto dall’esercizio che voglio inserire nella scheda.

Parto da ciò che vedo.

Il mio processo è:

  • Osservo
  • Interpreto
  • Scelgo
  • Programmo.

Questo modello mi serve per evitare due errori opposti:

  • correggere automaticamente tutto ciò che non mi piace
  • aggiungere esercizi senza sapere quale problema sto cercando di risolvere.

Prima raccolgo informazioni.

Poi prendo una decisione.

12.1Guardo l’alzata

Il primo passaggio è sempre osservare.

Lascio che la persona esegua il movimento e cerco di capire cosa sta succedendo realmente.

Non parto immediatamente con una correzione.

Guardo:

  • traiettoria
  • stabilità
  • velocità
  • posizione
  • setup
  • eventuali compensi
  • cosa cambia quando il carico aumenta
  • dove il gesto inizia a modificarsi.

Il mio obiettivo iniziale non è trovare un errore.

È costruire una prima immagine dell’alzata.

Mi chiedo:

Cue / domanda
Come si sta organizzando questa persona per completare il movimento?

12.2Cerco una ricorrenza

Vedi anche Appendice A Checklist per osservare un’alzata

Una singola ripetizione non mi basta.

Un errore può comparire perché la persona è:

  • distratta
  • stanca
  • poco concentrata
  • fuori posizione in quella singola esecuzione.

Per questo cerco qualcosa che si ripeta.

Il principio che utilizzo è:

Cue / domanda
Guarda la ricorrenza, non il singolo errore.

Mi interessa capire:

  • se il problema compare sempre
  • se compare soltanto con determinati carichi
  • se compare sotto fatica
  • se scompare dopo una correzione
  • se cambia da una serie all’altra.

Più un comportamento è ricorrente, più diventa utile come informazione.

12.3Individuo la priorità

Posso osservare più elementi migliorabili contemporaneamente.

Ma non correggo tutto insieme.

Scelgo quello che considero più importante in quel momento.

Mi chiedo:

Cue / domanda
Qual è il problema che sta limitando maggiormente l’esecuzione?

La priorità può essere qualcosa che:

  • compromette la stabilità
  • modifica molto la traiettoria
  • peggiora con il carico
  • rende il gesto poco replicabile
  • impedisce alla persona di esprimere forza
  • condiziona anche altri aspetti dell’alzata.

Correggere la priorità può modificare anche altri errori che avevo osservato.

Per questo non ho bisogno di dare dieci indicazioni contemporaneamente.

12.4Formulo un’ipotesi

Dopo aver osservato il problema devo provare a capire perché sta accadendo.

Non trasformo immediatamente ciò che vedo in una certezza.

Formulo un’ipotesi.

Posso chiedermi:

  • è un problema tecnico?
  • è un problema di comprensione?
  • è una difficoltà coordinativa?
  • emerge soltanto con carichi elevati?
  • manca forza in una determinata posizione?
  • manca struttura?
  • la persona possiede la capacità ma non la utilizza in modo efficace?

Nel corso utilizzo tre livelli di lettura:

Tecnico

Mi chiedo:

Cue / domanda
Sa organizzare il gesto?

Neuromuscolare / coordinativo

Mi chiedo:

Cue / domanda
Sa produrre forza nel momento giusto?

Strutturale

Mi chiedo:

Cue / domanda
Ha abbastanza muscolo o forza locale per sostenere ciò che gli sto chiedendo?

Queste tre domande mi aiutano a non trattare tutti gli errori allo stesso modo.

12.5Correggo una cosa

Una volta individuata la priorità e formulata un’ipotesi, provo prima la soluzione più semplice.

Do una correzione.

Una sola.

Utilizzo un cue:

  • breve
  • semplice
  • concreto
  • facilmente trasformabile in movimento.

Non cerco di spiegare tutta la teoria durante la serie.

Mi interessa vedere se la persona riesce a modificare il gesto.

Il mio obiettivo non è dimostrare che ho capito il problema.

È capire se la mia correzione produce un effetto utile.

12.6Faccio ripetere

Dopo la correzione faccio ripetere l’esercizio.

Questo passaggio è fondamentale.

Una correzione non può essere valutata soltanto perché “suona giusta”.

Devo vedere cosa succede.

Mi chiedo:

Cue / domanda
La persona è riuscita a trasformare quello che ho detto in movimento?

Se sì, continuo a osservare.

Se no, devo capire perché.

Può darsi che:

  • non abbia capito
  • abbia capito ma non riesca ancora a farlo
  • il cue non sia adatto
  • la mia ipotesi iniziale sia sbagliata
  • l’esercizio sia ancora troppo difficile.

La risposta della persona mi fornisce una nuova informazione.

12.7Verifico

Dopo aver fatto ripetere il gesto confronto ciò che vedevo prima con ciò che vedo dopo.

Mi chiedo:

Cue / domanda
È migliorato ciò che volevo correggere?

Se sì, posso continuare a lavorare in quella direzione.

Posso anche osservare se la correzione principale ha prodotto effetti positivi su altri elementi dell’esecuzione.

Se invece non cambia nulla, non continuo semplicemente a ripetere la stessa frase.

Posso:

  • cambiare cue
  • cambiare spiegazione
  • semplificare l’esercizio
  • rivalutare il problema
  • riconsiderare l’ipotesi.

Il mio modello non è:

vedo›decido›ho ragione.

È:

vedo›provo›verifico›rivaluto.

12.8Decido se serve intervenire sulla programmazione

Non ogni problema tecnico richiede una variante.

Prima provo a lavorare direttamente sul fondamentale.

Se la persona comprende la correzione, migliora e riesce a mantenere il cambiamento, posso continuare a lavorare sul gesto.

Se invece la difficoltà:

  • continua a ripresentarsi
  • è stabile nel tempo
  • emerge sistematicamente sotto determinate condizioni
  • non viene risolta con una semplice correzione; allora posso iniziare a ragionare sulla programmazione.

Il modello che utilizzo è:

prima correggo›poi verifico›se il problema persiste, programmo.

A quel punto posso chiedermi se serva:

  • una variante
  • un complementare
  • un accessorio
  • più esposizione al fondamentale
  • una modifica di volume, intensità o frequenza.

12.9Mi chiedo: Primer o Builder?

Vedi anche 8.9 Primer vs Builder Appendice D Primer / Builder

Quando decido di inserire un esercizio, voglio sapere quale funzione deve avere.

Mi faccio una domanda semplice:

Cue / domanda
Deve insegnare qualcosa oppure deve costruire qualcosa?

Se deve insegnare o rinforzare un input tecnico o coordinativo, lo utilizzo principalmente come Primer.

Se deve costruire:

  • muscolo
  • forza locale
  • struttura; lo utilizzo principalmente come Builder.

Lo stesso esercizio può avere due funzioni differenti.

Per questo non classifico rigidamente l’esercizio.

Classifico il motivo per cui lo sto utilizzando.

La domanda che mi faccio “Che cosa voglio far imparare al sistema?” oppure:

Cue / domanda
Che cosa voglio costruire nel sistema?

12.10Inserisco l’intervento nella settimana

Avere scelto l’esercizio non significa aver finito.

Devo decidere dove inserirlo.

Mi chiedo:

  • in quale giorno ha più senso
  • quanto volume utilizzare
  • con quale frequenza
  • quanto interferisce con il lavoro principale
  • quanto è vicino o lontano dal fondamentale
  • quanto sono vicino a un eventuale test
  • quale fatica aggiunge.

La logica che utilizzo è: scegliere l’intervento e inserirlo nel punto in cui interferisce meno e trasferisce di più.

Una variante utile inserita nel punto sbagliato della settimana può diventare meno efficace.

Un complementare corretto ma troppo voluminoso può aggiungere più fatica che beneficio.

Per questo mi chiedo sempre:

Cue / domanda
Il volume extra serve davvero o sto soltanto aggiungendo fatica?

12.11Rivaluto il fondamentale

Il riferimento finale rimane sempre il fondamentale o l’obiettivo per cui ho inserito l’intervento.

Se utilizzo una variante per migliorare la panca, non mi interessa soltanto diventare più forte nella variante.

Voglio vedere se migliora la panca.

Se utilizzo un Builder per costruire quadricipiti perché penso che siano un limite nello squat, voglio vedere se quella maggiore capacità si traduce nel gesto.

Se utilizzo un Primer per migliorare un aspetto tecnico dello stacco, voglio verificare se l’atleta riesce poi a trasferire quell’apprendimento nello stacco.

La domanda finale è:

Cue / domanda
È migliorato ciò che volevo migliorare?

Se la risposta è sì, continuo.

Se la risposta è no, rivaluto:

  • l’ipotesi
  • la scelta dell’esercizio
  • la dose
  • la durata
  • la posizione dell’intervento nella settimana.

Il programma non serve a dimostrare che la mia scelta iniziale era corretta.

Serve a produrre un risultato.

Le domande che mi faccio

Quando osservo un problema, torno sempre a queste domande:

Il problema compare solo vicino al massimale o già con carichi facili?

È una perdita di posizione, una perdita di forza o entrambe?

La persona non sa fare qualcosa oppure non ha ancora la struttura per farla?

La variante che sto scegliendo deve insegnare o costruire?

Lo sticking point è ricorrente oppure l’ho visto una sola volta?

La variante modifica il gesto quanto basta per creare uno stimolo senza allontanarmi troppo dal fondamentale?

Quanto sono vicino a un test?

Il volume extra serve davvero oppure sto soltanto aggiungendo fatica?

Il modello completo

Il mio processo può essere riassunto così:

  1. 1

    Osservo

    Guardo l’alzata senza avere fretta di intervenire.

  2. 2

    Cerco una ricorrenza

    Non costruisco una decisione su una singola ripetizione.

  3. 3

    Individuo la priorità

    Scelgo il problema più importante.

  4. 4

    Formulo un’ipotesi

    Cerco di capire se il limite è tecnico, coordinativo o strutturale.

  5. 5

    Correggo una cosa

    Utilizzo un’indicazione semplice.

  6. 6

    Faccio ripetere

    La persona prova immediatamente.

  7. 7

    Verifico

    Controllo se il gesto cambia.

  8. 8

    Rivaluto

    Se non funziona, modifico la mia ipotesi o il mio intervento.

  9. 9

    Scelgo

    Se serve, inserisco una variante o un complementare.

  10. 10

    Definisco la funzione

    Primer o Builder?

  11. 11

    Programmo

    Decido volume, frequenza e posizione nella settimana.

  12. 12

    Torno al fondamentale

    Verifico se ciò che volevo migliorare è realmente migliorato.

I concetti che voglio rimangano alla fine del corso Una correzione alla volta.

Parlare facile.

La tecnica deve adattarsi alla persona.

Non ogni errore tecnico è una debolezza muscolare.

Guarda la ricorrenza, non il singolo errore.

Prima correggi. Poi verifica. Solo dopo, se serve, programma.

Fondamentale›individuo il problema›scelgo la variante.

Primer e Builder descrivono la funzione, non l’esercizio.

La fatica non è l’obiettivo.

Prima costruisci. Poi, quando serve, testa.

Una programmazione efficace deve funzionare per chi la esegue.

Concetto chiave del capitolo

Il metodo che voglio lasciare alla fine del corso è semplice:

  • Osservo
  • Interpreto
  • Scelgo
  • Programmo.

Non devo conoscere trenta esercizi per ogni problema.

Devo imparare a capire perché sto facendo una scelta.

Quando riesco a osservare un’alzata, individuare ciò che conta, formulare un’ipotesi, provare una soluzione e verificarne gli effetti, sto iniziando a ragionare come un allenatore della forza.

Concetto chiave, capitolo 12

Il metodo che voglio lasciare alla fine del corso è semplice: OSSERVO · INTERPRETO · SCELGO · PROGRAMMO.

Il valore non è conoscere più esercizi: è saper spiegare perché stiamo facendo una scelta.

Appunti Capitolo 12 · Il modello operativo finale

Cue, esempi, dubbi, correzioni e osservazioni emerse durante il capitolo.

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